Carige, tempo scaduto: cordata patriottica o bail in

Banca Carige tempo scaduto

Articolo de Il Sole 24 OreLink

Ultime ore decisive per il tentativo di salvataggio in bonis di Banca Carige. Se la grande coalizione dei “patrioti” italiani non dovesse trovare la quadratura del cerchio, o se la Vigilanza Bce non dovesse giudicare efficace il piano di salvataggio, l’unico piano B – probabilmente già predisposto per dovere di ufficio dalle Autorità di Vigilanza italiane ed europee – è la risoluzione della banca con l’intervento del Single Resolution Board europeo secondo la nuova normativa del bail in, finora mai applicata in Italia. 

La data di scadenza finale per salvare Carige, salvo nuove proroghe improbabili e difficili da giustificare per Bce, è quella di giovedì 25 luglio. Entro quel giorno la Vigilanza europea attende dall’Italia un piano di ricapitalizzazione fino a 900 milioni della banca ligure. Banca che, va ricordato, è commissariata da inizio gennaio e che si finanzia grazie a un bond garantito dallo Stato non avendo accesso diretto al mercato dei capitali. 

L’intervento di sistema

Il tentativo in corso in queste ore – l’ultimo di una lunga serie che ha visto impegnati senza esito prima il fondo Usa BlackRock e poi il fondo di private equity Apollo – prevede l’intervento sistemico delle banche italiane attraverso lo Schema Volontario del Fondo Interbancario di Garanzia (che convertirebbe in equity il bond sottoscritto a dicembre 2018) e una ulteriore iniezione di capitali del Fondo volontario. A questi fondi si aggiungerebbero quelli che dovrebbero essere garantiti, tramite la sottoscrizione di prestiti obbligazionari, delle società pubbliche Credito Sportivo e MedioCredito Centrale. E ancora: il 10% circa del capitale sarebbe sottoscritto da Cassa Centrale Banca, holding delle Bcc del Nordest. Ma non basta. La cordata patriottica dovrebbe comprendere anche i vecchi azionisti di Carige: Malacalza, Volpi, Mincione, Spinelli, Coop Liguria etc.

Ipotizzando che nelle prossime ore tutti i tasselli del mosaico finanziario che ruota attorno a Carige vadano a posto, bisognerà poi che a settembre l’assemblea dei soci approvi la ricapitalizzazione. Perché ciò accada è necessario che la Malacalza Investimenti (27,5% del capitale) garantisca l’approvazione della delibera, a differenza di quanto avvenne nel dicembre del 2018 quando invece in extremis fece saltare la ricapitalizzazione.

Può darsi che stavolta il tentativo di salvataggio di Carige vada in porto anche se, dato il complesso gioco di tasselli da incastrare in poche ore, esiste la possibilità che qualcosa nell’eterogenea cordata vada storto. Tanti soggetti coinvolti, tanti cda di società pubbliche e private che devono deliberare esborsi di capitale. Ma soprattutto: i Malacalza, anche senza un impegno a sottoscrivere l’aumento, in che modo formale garantiranno a Bce l’approvazione della ricapitalizzazione nell’assemblea di settembre? Alla Vigilanza europea ci si prepara all’esame finale del dossier. Ma tra Francoforte, Bruxelles e Roma – dove il dossier Carige è strettamente monitorato da Bankitalia e Ministero dell’Economia – è ragionevole che sia approntato anche un paracadute immediato, nel caso il salvataggio privato non dovesse andare in porto.

Il piano B: l’arma estrema della risoluzione

Paracadute (o piano B) che pare passare dalla procedura di risoluzione, dato che il Governo italiano non sembra avere intenzione di mettere mano al portafoglio per portare avanti la ricapitalizzazione precauzionale (pur annunciata con un decreto a gennaio) o una liquidazione volontaria sull’esempio del caso Intesa-popolari venete. La risoluzione è l’arma estrema, finora mai usata in Italia secondo la direttiva del bail in, che porta alla separazione in due di una banca dividendo la bad bank dalla good bank.

Le regole prevedono che le perdite della bad bank vadano in capo ad azionisti, obbbligazionisti e, in caso di perdite eccedenti l’8% del totale attivo, ai depositanti oltre i 100.000 euro. Nel caso di Carige, gli azionisti verrebbero azzerati, gli obbligazionisti coinvolti sarebbero le banche (l’unico subordinato in circolazione è quello del Fitd, il Fondo interbancario di tutela dei depositi), mentre di depositanti sopra i 100.000 euro pare non ve ne siano più. E in ogni caso l’ammanco complessivo di capitale da finanziare dovrebbe essere limitato alle somme che si è impegnato a versare il Fitd nelle sue due varianti. La good bank potrebbe poi essere ceduta per pochi euro dall’autorità di risoluzione a Cassa Centrale Banca o ad altri istituti. Se fosse vero ed accertato che il piano B non comporta perdite per nessun piccolo risparmiatore, alcune banche italiane – secondo quanto risulta a IlSole24Ore – sarebbero favorevoli anche a imboccarla come strada principale. Sia per evitare che il «sistema» diventi socio di riferimento di una banca in condominio con soggetti privati e pubblici, sia per dare un segnale che l’era dei salvataggi pilotati è terminata (a meno che non vi siano perdite per i risparmiatori). 

Per ora prevale comunque la linea istituzionale di Bankitalia e Tesoro e il sistema avanza nel tentativo di salvataggio “patriottico”. Quello della risoluzione resta solo il piano B da attivare in caso di emergenza. Ancora poche ore e sapremo come finirà il caso Carige.