Hsbc annuncia 10 mila tagli. Il conto per le banche d’investimento sale a 30 mila uscite

Articolo di La Repubblica Link

Priorità all’Asia, tagli Hsbc in Europa

I tassi negativi imposti dalla Banca centrale europea e l’avanzata dell’intelligenza artificiale rendono più difficile far soldi con il trading di azioni, obbligazioni, valute e materie prime. In Italia sono in corso oltre 13 mila uscite

Le fonti del quotidiano della City dicono che la decisione sarebbe maturata dalla riflessione sul fatto che ci sono molti dipendenti nel Vecchio continente, ma è l’Est del mondo ad assicurare ad Hsbc ritorni a doppia cifra in alcune sue parti. E sempre a Est vuole continuare a guardare, nonostante le proteste di Hong Kong che destabilizzano quell’importante piazza finanziaria e le chiusure commerciali che irrigidiscono Pechino. Proprio verso le autorità cinesi, ha rivelato Bloomberg, Hsbc è partita con una massiccia campagna di accreditamento, mentre si preparano assunzioni nelle gestioni patrimoniali dei nuovi ricchi asiatici. 

In Europa la musica è diversa. Il taglio, che si aggiungerebbe a 4.700 esuberi già annunciati in passato, potrebbe esser ufficializzato con la presentazione dei risultati trimestrali in questo mese. L’ultimo giro di uscite era stato lanciato in agosto, in occasione del cambio della guardia in tolda di comando tra John Flint e il ceo ad interim Noel Quinn. A valle della notizia, gli analisti di Citi ragionano sulla nuova ondata di uscite: 10 mila posizioni è equivalente al 17% della forza lavoro europea, il 13% se si considera anche il Nordamerica.

Il conto dei tassi sottozero

Quando sarà ufficializzato, il piano di Hsbc si andrà ad aggiungere ai molti di banche europee che hanno messo in cima alle loro agende il taglio dei dipendenti. Se si considerano anche le misure annunciate da colossi quali Deutsche Bank in Germania (che da sola pesa per la metà del totale), Société Générale in Francia e la stessa Barclays nel Regno Unito, ma anche Citigroup, il conto dei tagli per l’investment banking sfonda le 30 mila unità.

Per giustificare le loro mosse davanti ai rappresentanti dei lavoratori, i banchieri ricorrono al classico “mix di fattori”. La stagione interminabile dei tassi sottozero da parte delle banche centrali sta infatti schiacciando la redditività degli istituti. Sui mercati, inoltre, non c’è fermento nel trading e questo sta rendendo sempre più rarefatti gli scambi e quindi il bisogno di intermediazione. Da ultimo, la tecnologia si sta facendo largo sostituendo sempre più operazioni affidate agli uomini e alle donne dietro i personal computer.

“Chiaramente, lo scenario per l’investment banking si sta facendo più difficile – ha commentato Andrew Lowe, analista del settore del credito di Berenberg al quotidiano londinese – E’ difficile fare utili in un panorama di tassi zero o addirittura negativi”. Non a caso, nel 2018 i ricavi totali delle banche maggiori dal trading di reddito fisso, valute e materie prime è tornato ai livelli del 2006. In aggiunta, in prospettiva si presenta anche lo spauracchio regolamentare di Basilea IV, che dal 2022 chiederà maggiori requisiti di patrimonio e rendereà ancora più difficile far profitti da questo genera di attività.

Anche a Wall Street la schiera di lavoratori si è assottigliata. Secondo l’ultimo dato del Dipartimento del lavoro relativo a giugno, citato dal Ft, nel trading si sono perse 2.800 posizioni rispetto al 2018.

La situazione in Italia

Anche in Italia, il mondo del credito è interessato da numerosi piani di ridimensionamento degli organici. Ricostruisce la Fabi, il sindacato autonomo dei bancari guidato da Lando Sileoni, che dalla crisi ad oggi si sono registrate circa 65 mila uscite negli istituti tricolori. La tabella di seguito registra l’ultima fotografia, prendendo in considerazione gli ultimi piani industriali elaborati dai maggiori istituti (si parla dunque di un orizzonte temporale che riguarda gli ultimi due-tre anni).

Fonte: Fabi
Fonte: FABI

Il “dimagrimento” delle banche è stato importante anche da noi. Ma, ricorda la Fabi, c’è stata una grande differenza rispetto al resto d’Europa. Sui 400 mila posti in banca persi nel Vecchio continente dalla crisi, infatti, circa il 70% è finito in licenziamenti. In Italia, invece, il fondo esuberi ha aperto il paracadute sulle uscite, che fino ad ora sono state gestite con pensionamenti o pre-pensionamenti volontari e protetti dallo strumento collettivo di garanzia del comparto bancario. Accanto ad esso, inoltre, il fondo per l’occupazione ha consentito di far entrare giovani nel settore, in un rapporto intorno all’uno per tre uscite. Entrambi gli strumenti sono in via di rinnovo nell’ambito delle trattative per il contratto nazionale: sia sindacati che banche hanno espresso questa volontà comune.

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