Mps, tutti i rischi per il Monte dei Paschi di Siena

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Che cosa sta succedendo a Siena tra dismissione dei crediti deteriorati e uscita del Tesoro dall’azionariato di Mps mentre tutti aspettano buone notizie da Bruxelles

Fine d’anno ricca di impegni per Montepaschi, alle prese con la dismissione di buona parte dei suoi crediti deteriorati e con l’uscita del Tesoro dall’azionariato. Nel frattempo i conti non vanno benissimo, visti i ricavi e gli utili in calo su anno registrati tra gennaio e giugno, e Siena ha dovuto pure fare un’iniezione di liquidità alla controllata Mps Leasing&Factoring. In primavera, poi, scade il consiglio d’amministrazione guidato da Marco Morelli che ha detto varie volte di voler andarsene solo dopo aver avviato l’aggregazione con un altro istituto di credito.

L’USCITA DEL TESORO

Entro dicembre il Tesoro, azionista principale di Mps con il 68%, dovrebbe fornire le indicazioni sulla sua uscita da Rocca Salimbeni entro il 2021: al momento del salvataggio, nel 2017, gli accordi prevedevano che Via XX Settembre entro il 2019 avrebbe definito il calendario di uscita e le modalità su cui incardinare la sua dismissione del capitale.

LA DISMISSIONE DEGLI NPL

Una partita decisiva – che può influenzare anche tempi e modi della privatizzazione – è quella che si sta giocando fra Siena e Bruxelles sulla dismissione dei crediti deteriorati. Secondo Repubblica a breve la Commissione europea dovrebbe fornire il suo parere sul piano di scissione di 10 miliardi di Npl (Siena ha in bilancio 14 miliardi di Npl) da vendere ad Amco, la società pubblica ex Sga. Sul dossier sta lavorando da giugno l’advisor – per l’Ue – Oliver Wyman per verificare che il valore di trasferimento dell’attivo di bilancio di Mps sia compatibile con i prezzi di mercato. Prezzo che però – visto che le ipotesi di mercato sono intorno al 30% – “creerebbe un deficit patrimoniale alla banca a nove zeri”. E il Tesoro – assicura Repubblica – non vuole mettere altri soldi oltre i 7 miliardi già spesi due anni fa quando si è accollato il 68% di Montepaschi. Per questo nel piano messo a punto dal ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri si propone che la vendita si perfezioni a valori contabili, dunque con esborso di 4,58 miliardi da parte di Amco in cambio dei crediti.

COSA PUO’ SUCCEDERE A BRUXELLES

Non è tutto così semplice però: la commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, potrebbe definire un prezzo del genere aiuto di Stato. Secondo fonti attive sul dossier citate dal quotidiano diretto da Carlo Verdelli molto dipenderà “dall’ottica politica di Bruxellles” che “in questi mesi pare meno severa” perché il Conte 2 è visto meglio del governo precedente e perché la congiuntura per le banche è in salita. Occorrerà però convincere anche la Vigilanza Bce che “non pare in vena di sconti”.

In caso di parere negativo, comunque, pare sia pronto un piano B che prevede la vendita ancora una volta ad Amco di una quantità di Npe limitata alla capienza del bilancio di Siena che eviterebbe buchi di capitale: Dunque, si cederebbero Npl per una cifra inferiore ai 10 miliardi e con percentuale di “crediti dubbi” più alta rispetto alle sofferenze (nell’ultima semestrale 7,4 miliardi nel primo caso e 8,3 miliardi nel secondo).

Peraltro, i riflessi del parere di Bruxelles potrebbero farsi sentire anche sull’uscita del Tesoro perché, in caso di veto dall’Ue al piano principale di dismissione, “l’indicazione sarà parziale e generica”.

IL BUCO IN MPS LEASING

Nel frattempo Siena si è trovata anche a dover gestire la ricapitalizzazione – per 250 milioni di euro – della sua controllata Mps Leasing&Factoring. Un’operazione che si è resa necessaria per ripianare un rosso di 419,3 milioni realizzato nel 2018 cui ha contribuito in buona parte l’iscrizione a riserva negativa di 253,4 milioni dopo l’introduzione del nuovo principio contabile Ifrs9.