Ecco sportellate e stilettate fra Intesa Sanpaolo e Ubi Banca

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di Michelangelo Colombo e Manola Piras – Continua ad essere viva, più che mai, l’attenzione sul dossier Intesa Sanpaolo-Ubi Banca. Sull’offerta pubblica di scambio lanciata lo scorso febbraio da Ca’ de Sass si attende il via libera da parte dell’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato, ultimo “ostacolo” a che la parola passi agli azionisti della banca lombarda, chiamati ad approvare l’operazione. Mentre si continua a pensare a cosa dovesse accadere nel caso in cui il gruppo guidato da Carlo Messina non raggiungesse il 66,7% del capitale, ovvero la maggioranza qualificata, ieri si sono registrate le parole del capo della Vigilanza dell’Eurotower, l’economista Andrea Enria, e quelle dello stesso Messina.

COSA HA DECISO CONSOB SULL’OPS

Oggi  Intesa Sanpaolo ha ricevuto dalla Consob comunicazione del riavvio, a partire dalla data odierna, dei termini del procedimento concernente l’Offerta pubblica di scambio su Ubi Banca, i cui termini istruttori avranno, pertanto, scadenza il 28 giugno 2020.

COS’HA DETTO ENRIA (BCE)

Dell’Ops di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca ha parlato ieri “l’arbitro“, il presidente del  Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, Andrea Enria. Poche parole ma precise e di una estrema chiarezza:  “L’operazione ha ricevuto un via libera preliminare da parte della Bce qualche settimana fa perché dal nostro punto di vista rispetta i criteri che siamo chiamati a valutare” ha detto intervistato dal Sole 24 Ore. “Trattandosi di un’operazione in corso e al vaglio di altre autorità – ha aggiunto – non posso aggiungere altro, anche se in generale, sia pure con prudenza, guardiamo con favore a processi di aggregazione”. L’arbitro non si sbilancia ma fa capire che tifa di fatto per l’Ops?

IL COMMENTO DELL’AD MESSINA

Parole, quelle di Enria, che non sono passate inosservate dalle parti di Ca’ de Sass. “Con l’approvazione da parte della Bce, la nostra ops rivolta agli azionisti di Ubi Banca ha segnato un passaggio decisivo nell’ambito di un’operazione che, come ricordato da Andrea Enria, rappresenta una prima mossa verso un processo di aggregazione del settore bancario visto con favore dalla Bce e dalla Banca d’Italia” ha dichiarato all’agenzia Radiocor l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che si è pure sbilanciato sui tempi dell’operazione: “Considerati i tempi previsti per completare l’istruttoria sul prospetto informativo – ha aggiunto Messina – confidiamo che il nulla osta della Consob alla pubblicazione del Documento di offerta possa essere rilasciato nel corso della corrente settimana. Ci auguriamo che in tal modo la parola possa passare agli azionisti di Ubi”.

LA PRECISAZIONE DEL PRESIDENTE GROS-PIETRO

Intanto ieri il Corriere della sera ha pubblicato una precisazione arrivata da parte del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, che giovedì scorso è stato ascoltato dai tecnici dell’Antitrust insieme all’avvocato Guido Alpa, maestro del premier Giuseppe Conte. “Secondo l’articolo (inerente all’audizione, ndr) avrei detto che la Bce ha ‘suggerito’ l’Ops su Ubi. Ovviamente non è così: ciò che ho detto è che sia la Bce che la Banca d’Italia hanno affermato, in dichiarazioni pubbliche dei loro vertici, di ritenere necessario un consolidamento dell’industria bancaria europea e italiana”.

IL RUOLO DI PARVUS IN UBI

Da giorni, i quotidiani sottolineano il ruolo del fondo Parvus nell’azionariato di Ubi. Un ruolo anti Intesa Sanpaolo, secondo molti osservatori. E su investitori e mire del fondo rappresentato da Edoardo Luigi Raphael Mercadante, finanziere nato a Nizza e con la doppia nazionalità italiana e francese, si appuntano i riflettori in particolare – come emerge da un articolo oggi del Fatto Quotidiano – di Elio Lannutti, senatore M5s, e Giorgio Jannone, imprenditore e già parlamentare di Forza Italia, oltre che rappresentante di un comitato di piccoli azionisti di Ubi Banca.

Non sono un caso le attenzioni verso Parvus. “Il ruolo di Parvus sembrava fatto apposta per far bloccare la straordinaria: ipotizzando che i tre patti tra soci Ubi non aderiscano all’Ops, per un totale di circa il 27-28%, sommando l’8% di Parvus si arriva proprio al 34-35%. La Bce ha però cambiato lo scenario: se Intesa si ferma tra il 50 e il 66% di adesioni, l’Ops sarà valida, Ubi finirà sotto il controllo di Intesa ancorché senza fusione, e ci sarà l’elevato rischio che i titoli dell’istituto bergamasco, senza più l’appeal dell’Ops, perdano un bel po’ di valore. Un caso di scuola che sicuramente, nei prossimi giorni, sarà al centro delle riflessioni degli investitori istituzionali”, ha scritto il Giornale.

LE ECONOMIE DI SCALA NELLE BANCHE SECONDO LA BANCA D’ITALIA

Ma le aggregazioni sono salutari o no? Dipende, emerge da un focus della Banca d’Italia. Via Nazionale ha analizzato le economie di scala nel sistema bancario, in particolare sugli istituti di medie dimensioni come è Ubi Banca, tanto per intendersi. In passato, sostiene Bankitalia in un focus all’interno della relazione annuale presentata a fine maggio, “l’esistenza di benefici in termini di costi connessi con l’aumento della dimensione delle banche è stata documentata prevalentemente al di sotto di soglie di attività contenute. Di recente l’applicazione delle tecnologie digitali alla produzione e alla distribuzione dei servizi bancari ha determinato notevoli cambiamenti nella struttura dei costi degli intermediari e potrebbe avere introdotto nell’industria bancaria sostanziali economie di scala e di diversificazione”.

Scendendo nel dettaglio, un’analisi condotta su dati relativi a un campione di banche italiane nel periodo 2006-2017 mostra che “i costi marginali della produzione e della distribuzione di servizi altamente standardizzati per i quali è rilevante l’impiego delle nuove tecnologie – come i servizi di pagamento e i depositi – diminuiscono al crescere dei volumi. Le economie di scala sono invece molto contenute per le attività di erogazione dei prestiti e di gestione del risparmio, per le quali finora l’impiego delle nuove tecnologie è stato più limitato”. Sempre secondo questa analisi si evince che esistono “rilevanti economie di scala per gran parte delle banche di piccola e media dimensione” mentre per gli istituti di maggiore dimensione in media non si registrerebbero “risparmi di costo all’aumentare della scala operativa” ma i risultati delle stime sono “eterogenei” e dipendono soprattutto dall’effetto sui costi, dalla gestione della rete distributiva, dall’utilizzo della innovazione tecnologica.

Comunque Palazzo Koch non ha dubbi: “Una crescita della scala di produzione, mediante operazioni di concentrazione o attraverso la condivisione di prodotti e servizi, potrebbe comportare cospicui guadagni di efficienza per gli intermediari di piccola e media dimensione, soprattutto se accompagnata dalla razionalizzazione della rete distributiva e da un utilizzo più intenso delle nuove tecnologie nella produzione dei servizi”.